COME RICONOSCERE E AFFRONTARE IL BURNOUT PROFESSIONALE

COME RICONOSCERE E AFFRONTARE

IL BURNOUT PROFESSIONALE

Il lavoro rappresenta una delle tematiche che viene sempre trattata durante una visita psichiatrica. Molto spesso le persone che si rivolgono a professionisti della salute mentale stanno vivendo delle difficoltà rispetto a questa area della loro vita, siano esse legate alla mancanza di lavoro, alle eccessive richieste, o ad un senso di insoddisfazione riguardo a una fetta così importante della loro vita.

Ecco perché ritengo che la tematica “lavoro” vada sempre approfondita, in modo da valutare quanto esso influisca sul disagio psichico presentato e come migliorare insieme la condizione.

Spesso ci si trova davanti al cosiddetto “Burnout” ( o “esaurimento da lavoro”), cioè un insieme di sintomi che deriva da uno stress cronico professionale.

Questo si presenta quando il lavoro diventa “troppo” da reggere, e va ad intaccare l’equilibrio psicofisico di una persona. Non è qualcosa che compare all’improvviso, ma piuttosto si sviluppa come conseguenza di tanti piccoli “macigni” in ambito lavorativo, che pian piano si sommano e diventano insostenibili.
Di solito le persone più a rischio sono quelle molto dedite al lavoro, molto precise, che ci tengono tanto.

Quando si arriva al punto di non ritorno e si raggiunge il burnout, compaiono sintomi comportamentali e fisici:

  • Frustrazione
  • Irritabilità
  • Aumento dei livelli di ansia
  • Eccessiva rigidità nel proprio operato
  • Sospettosità e atteggiamento paranoide nei confronti dei colleghi (rispetto al proprio operato e alla propria carriera)
  • Sintomi depressivi: a differenza della sindrome depressiva, tuttavia, il burnout riguarda principalmente il lavoro, per cui chi ne soffre riesce a mantenere degli ambiti di soddisfazione e piacere all’infuori di questo.

Volendo essere precisi, in termini tecnici il burnout si riconosce da tre aree:

1) A livello emotivo la persona avverte un senso di “esaurimento

2) La persona si sente cinica e depersonalizzata (cioè sente un certo distacco da se stessa, come se fosse anestetizzata, e le emozioni e sensazioni non fossero più sue)

3) Avverte un un ridotto senso di efficacia sul lavoro e nella vita personale (“Sbaglio tutto, non mi riesce più nulla”)

Tra le professioni più a rischio di burnout ci sono quelle di aiuto (le ricerche dicono che un 30-50% dei professionisti sanitari arrivano al burnout, tra medici, psicologi, infermieri, dietisti, fisioterapisti, educatori, logopedisti, ostetriche, ecc), come anche quelle coinvolte nel sistema scolastico. Attenzione, questo non è per dire che le altre professioni non siano a rischio di burnout, anzi, tutte le professioni possono provocare burnout. Ciò vale anche per gli studenti!

Tra le principali cause organizzative che predispongono al burnout ci sono quelle elencate qui di seguito. Vi invito a chiedervi, a ciascun punto dell’elenco, se il fattore di rischio vi riguarda in prima persona, e alla fine a contare quanti si applicano al vostro lavoro.

  • Eccessivo carico di lavoro: quando le richieste e i compiti sono troppi da poter essere portati a termine all’interno di un normale orario lavorativo; oppure quando le ore di stacco tra un turno e l’altro diventano troppe poche per poter restaurare un normale stato di riposo e benessere. [Chiediti: si applica al mio lavoro?]
  • Poca chiarezza rispetto alla responsabilità e al controllo del lavoro: vale per situazioni in cui non ci sia un persona responsabile del controllo sull’operato, o anzi ci siano più figure in conflitto rispetto a questo compito, generando confusione nel lavoratore. Inoltre, anche la sensazione di non poter controllare in maniera autonoma il proprio operato può contribuire allo stress lavorativo e favorire il burnout. [Chiediti: si applica al mio lavoro?]
  • Mancanza di adeguato riconoscimento: sia esso economico, morale o sociale; ciò impedisce all’individuo di poter godere dei risultati del proprio operato e di poterlo sfruttare come fonte per alimentare la propria autostima. [Chiediti: si applica al mio lavoro?]
  • Mancanza di un senso di community tra i colleghi: per mancanza di opportunità di interazioni di qualità (a volte proprio per l’eccessivo carico di lavoro), o per mancanza strutturale di opportunità e strumenti per risolvere eventuali situazioni conflittuali ed aumentare il senso di squadra. [Chiediti: si applica al mio lavoro?]
  • Mancanza di giustizia: quando il lavoratore sente che viene a mancare un comune senso di giustizia da parte dei superiori, rispetto ai risultati raggiunti o ai riconoscimenti; ciò genera sconforto e frustrazione nel lavoratore. [Chiediti: si applica al mio lavoro?]
  • Conflitto di valori: quando i valori dell’azienda sono in contrasto con quelli del lavoratore, mettendo questo in una situazione di scegliere fra quello che gli viene richiesto di fare e quello che farebbe se avesse la possibilità di scegliere liberamente. [Chiediti: si applica al mio lavoro?]
  • Incongruità tra il lavoratore e la mansione svolta: si verifica quando al lavoratore vengono richieste mansioni non adatte alla propria figura, portando a una diminuzione della propria stima rispetto all’immagine professionale che la persona ha di sé e intaccando il senso di auto-efficacia di quella persona. [Chiediti: si applica al mio lavoro?]

Se la maggior parte di questi fattori di rischio si applica alla tua condizione lavorativa, potresti essere a rischio di burnout.

Le strategie maggiori per evitare il burnout dovrebbero essere applicate “dall’alto”, cioè in maniera strutturale da chi organizza il lavoro nella specifica azienda/situazione lavorativa. Tuttavia, visto che ciò non è sempre possibile, il singolo lavoratore può mettere in atto dei piccoli accorgimenti per proteggersi e affrontare il rischio di esaurimento professionale. Al termine di ogni punto dell’elenco che trovi di seguito, chiediti se puoi mettere in pratica questa strategia.

Impara ad ascoltarti

Quando il livello di stress lavorativo aumenta, la nostra psiche e il nostro corpo emettono segnali, è importante imparare a riconoscerli. C’è chi diventa emotivo e si ritrova a piangere all’ennesima telefonata ricevuta; chi diventa irritabile e tende a scattare per piccolezze, anche con i propri cari; alcuni iniziano a dormire peggio, mentre altri avranno bisogno di attività calmanti (per esempio si ritrovano a guardare spesso account di video simpatici di animali – questo il mio caso -).
Impara a riconoscere i tuoi segnali specifici; senza questo passo fondamentale non saprai quando mettere in atto le altre strategie. [Chiediti: posso metterlo in pratica?]

Tieni traccia di quali situazioni ed elementi rappresentano per te una fonte di stress

Per farlo, per un paio di settimane segna su un quaderno quali situazioni lavorative ti hanno causato stress. Descrivi la situazione, i tuoi pensieri e le tue reazioni, in modo da essere in grado di rilevare dei patterns e poter così agire per modificarne le cause, o i pensieri e le azioni che ne scaturiscono. Un esempio di cosa potresti scrivere: “Nell’ultima settimana, per due volte, mi sono molto irritato/a quando il capo mi ha dato un nuovo compito mezz’ora prima del termine dell’orario. Ho provato frustrazione e voglia di piangere. Sono andato/a alla macchinette a prendere uno snack da mangiare mentre completavo il lavoro”.
[Chiediti: posso metterlo in pratica?]

Metti in atto un piano “basico” ma efficace di cura del corpo

Appena compaiono i campanelli di allarme, ricordati delle regole fondamentali di cura del fisico. Aumenta le ore di sonno, allenati regolarmente (bastano anche passeggiate quotidiane di circa mezz’ora) e cerca di attenerti ad un’alimentazione sana. La tua mente ne beneficerà immediatamente.
[Chiediti: posso metterlo in pratica?]

Prova a riflettere sul monte ore massimale che potrebbe adattarsi alle tue esigenze

Tieni conto del tempo che devi mettere da parte per la tua famiglia, per gli hobby, per necessità particolari, per la cura della tua persona e della casa; se il monte ore medio attuale sorpassa di molto quello ideale ipotizzato, prova a fare dei piccoli cambiamenti riducendo alcune ore di lavoro, dove possibile. Questa strategia dovrebbe essere una delle prime ad essere considerata, ma non sempre è possibile, soprattutto per chi lavora come dipendente.
[Chiediti: posso metterlo in pratica?]

Segna in agenda del tempo fisso da dedicare a te stesso/a

Considera circa un paio di ore fisse a settimana. Queste ore devono diventare un appuntamento sacro, come un impegno inderogabile con il proprio capo, un tempo che non può essere occupato a recuperare ciò che è rimasto in sospeso al lavoro. Durante queste due ore sono permesse solo attività che ritieni piacevoli (lettura, sport, passeggiate, uscite con gli amici, visita a un museo…o addirittura un pisolino per recuperare del sonno perso).
[Chiediti: posso metterlo in pratica?]

Impara a dire “no” e a delegare

Quando il lavoro diventa troppo, dire no a nuovi incarichi o delegare ad altri alcuni compiti non farà di te un professionista peggiore. Anzi, significherà avere cura del tuo benessere psichico, e da questo non potranno che derivare ottimi risultati per i progetti che stai portando avanti. Questo significa anche stabilire dei confini netti tra la vita lavorativa e non: ad esempio darsi la regola di spegnere il cellulare di lavoro all’ora di cena, o di non controllare e rispondere alle email dopo una certa ora della sera, o prima di aver terminato la colazione. Il tuo corpo e la tua mente hanno bisogno di una buona fetta della giornata in cui il pulsante “lavoro” viene spento. Non solo ne hanno bisogno, lo meritano. Se questo tempo “off” non è possibile, perché per esempio sei costretto/a a lavorare dieci ore in un’unica giornata, datti la regola di staccare 5 minuti all’inizio di ogni ora per stare con te stesso/a: lascia il cellulare in ufficio, raggiungi l’uscita più vicina, respira a pieni polmoni per circa un minuto e torna indietro. Non sarà crollata l’azienda per i tuoi 5 minuti di assenza. Provare per credere.
[Chiediti: posso metterlo in pratica?]

Impegnati in attività di rilassamento che uniscono mente-corpo

Yoga, meditazione, mindfulness, respirazione… sono tutte attività che permettono di rilassarsi usando il corpo e la mente. Un consiglio per fare in modo che siano ancora più efficaci: praticale alla mattina, anche solo per 5 minuti, prima di iniziare la giornata.
[Chiediti: posso metterlo in pratica?]

Non isolarti

E’ normale credere di dover sbrigare tutto da soli o pensare di recuperare tempo tagliando quello dedicato alle interazioni sociali, ma ciò si rivela controproducente. Cerca di mantenere i contatti con le persone care, amici o familiari, e di parlare con i colleghi del tuo livello di stress, nei momenti in cui noti che sta aumentando. Se hai dei superiori, parlane anche con loro: è un tuo diritto poter esprimere i pensieri e le emozioni legati al lavoro, ed è un loro dovere fare in modo che l’ambiente di lavoro sia il più possibile adatto alle tue esigenze. Prova a pensarla così: non stai chiedendo un appuntamento per lamentarti con loro, ma piuttosto per trovare insieme delle giuste soluzioni che portino a migliorare la tua situazione lavorativa e renderti un dipendente maggiormente utile all’azienda.
[Chiediti: posso metterlo in pratica?]

Considera un aiuto professionale

Se ritieni che la situazione sia grave o immodificabile, se hai provato tutte le strategie possibili e ti sembra che nulla sia migliorato, prendi in considerazione l’aiuto di un professionista della salute mentale. Nessuno ti giudicherà per non “avercela fatta” (so che questo è un timore comune), anzi questa scelta sarà sinonimo di grande coraggio perché indicherà la volontà di prendere in mano la situazione.
[Chiediti: posso metterlo in pratica?]

Se ti fa piacere riflettere insieme, fammi sapere nei commenti quali sono i fattori di rischio del burnout che si applicano al tuo lavoro, e quali le strategie potresti mettere in pratica tra quelle elencate.

Grazie!

[Photo Credits: Pexels]